Il cranio di Gerico è uno dei più noti tra i reperti conservati al British Museum. Risale a 9.500 anni fa ed è spesso considerato il ritratto più antico della collezione, e probabilmente anche il più misterioso.
Un team di ricercatori nel 2016 ha ricostruito il complesso procedimento con cui fu allestito, dando un volto anche all’uomo cui apparteneva.

In realtà i cosiddetti crani di Gerico sono sette, scoperti nel 1953 dall’archeologa Kathleen Kenyon (1906–1978) nel sito di Tell es-Sultan, vicino alla moderna città di Gerico, oggi in Cisgiordania (Palestina).
I sette crani erano diversi per una serie di piccoli dettagli, ma tutti consistevano in un cranio umano riempito di terra per supportare le delicate ossa del volto e poi ricoperti di gesso in modo da ricreare le caratteristiche facciali come orecchie, guance e naso. Per raffigurare gli occhi erano state applicate piccole conchiglie di molluschi marini, mentre su alcuni dei crani c’erano tracce di vernice.
L’identità dell’uomo è sconosciuta, tuttavia gli studiosi pensano che si tratti di una persona importante, vista la cura con cui il suo cranio venne riempito di gesso durante la sepoltura. Può sembrare strano, ma i crani ingessati sono una prima forma di sepoltura rituale.
Questi resti venivano probabilmente mostrati, mentre il resto del corpo veniva sepolto sotto la casa di famiglia, una tradizione molto comune tra l’8.200 e il 7.500 a.C.

Dopo la scoperta di Kenyon, i sette crani di Gerico sono stati dispersi in vari musei del mondo. Più di 50 altri crani simili sono stati ritrovati in siti neolitici che vanno dal Medio Oriente alla Turchia. Secondo la grande maggioranza degli studiosi, questi oggetti venivano usati nell’ambito di un primitivo culto degli antenati, ma si sa molto poco di chi sia immortalato in questi reperti, e come fu scelto dagli uomini di oltre 9mila anni fa.
Quando il cranio arrivò nel celebre museo londinese, nel 1954, gli studiosi tentarono invano di estrarne informazioni. Nel corso dei millenni molti dettagli erano andati cancellati, e il tradizionale esame ai raggi X non consentiva di distinguere tra ossa e argilla, che hanno densità simili.
Solo nel 2009, quando il cranio fu sottoposto a una microtomografia, i ricercatori hanno finalmente potuto osservare i resti umani nascosti sotto la copertura di argilla. In particolare si trattava del cranio di un adulto, probabilmente maschio, da cui era stata rimossa la mandibola.

Inoltre i denti erano cariati e rotti, mentre il naso si era rotto in età adulta, ma guarì prima della morte. Cosa più particolare, ci sono tracce che fin da piccolo si sottopose a una fasciatura alla testa per cambiare la forma del cranio. La deformazione del cranio è qualcosa che molti popoli hanno fatto in varie forme in tutto il mondo.
Nelle culture moderne, questa pratica vuole abbellire un individuo. Ma in questo caso, la deformazione avrebbe allargato la cima e il retro della testa – una cosa diversa rispetto a quelli che allungano il cranio. Si pensa che nella Gerico dell’epoca fosse di bell’aspetto». Anche questa caratteristica indica uno status elitario.
Altri crani neolitici sono stati esaminati con procedimenti digitali, ma quello del British Museum è stato il primo a essere ricostruito grazie a un’analisi forense e a una stampante 3-D, con l’aiuto della RN-DS Partnership, una ditta specializzata in ricostruzioni per le analisi forensi. Ciò ha permesso di raccogliere ancora più informazioni sull’uomo del Neolitico a cui apparteneva.
Il setto nasale era rotto, e mancavano i molari posteriori. Sul retro del cranio era stato scavato un foro in modo da riempirlo di terra; le scansioni svelarono anche le impronte digitali di chi alla fine aveva sigillato il foro con argilla fine.
Usando il modello di una mandibola di uomo proveniente da un altro sito neolitico vicino Gerico, gli esperti sono stati in grado di ricostruire la muscolatura facciale e aggiungerla al modello del cranio, proprio come gli abitanti di Gerico di oltre 9.000 anni fa avevano aggiunto l’argilla alle ossa per modellare guance, orecchie e labbra.

In pratica, è stato riscoperto grazie all’ingegneria inversa il procedimento degli uomini del Neolitico. Il più antico ritratto del British Museum dal 2016 ha finalmente avuto un volto.

